Arisa non sta più in posa

Arisa non sta più in posa

Luglio 15, 2026 0 Di Agimp

di Francesco Spadafora

Le foto mosse, di solito, si buttano. Arisa no: le tiene, e ci ha intitolato un disco. Già questo dice qualcosa del personaggio, che da quasi vent’anni fa di testa sua con una serenità che il pop italiano accoglie apertamente.
Foto mosse” arriva cinque anni dopo “Ero romantica“. In mezzo c’era stato di tutto: singoli sparsi, un Nastro d’argento per “Canta ancora“, il quarto posto a Sanremo con “Magica favola“, il ritorno in Warner. Ma la notizia vera è un’altra, ed è che stavolta i brani li firma quasi tutti lei. Per un’artista che ha costruito la carriera interpretando le parole degli altri, prima fra tutte quelle di Giuseppe Anastasi, è un salto senza rete. Anastasi peraltro qui c’è, tornato dopo anni: e il fatto che l’autore di “Sincerità” e “Controvento” ricompaia proprio nel disco in cui Arisa impara a scrivere da sola ha un che di commovente, come un maestro che accompagna l’allieva all’esame.
Il disco ha un’idea forte. L’instabilità come materia: rapporti che non si chiudono, un giorno ti senti invincibile e quello dopo scrivi messaggi alle due di notte. Lei stessa, presentandolo, ha parlato di un lavoro impulsivo, che non conta fino a dieci. Nelle canzoni migliori questa umoralità si sente davvero. “Lonely boy” è la sorpresa: un’Arisa quasi R&B, che per una volta non canta l’amore ma la propria fatica a lasciarsi amare. È il pezzo dove la tecnica smette di essere ornamento. “Cime tempestose” trasforma un’assenza in paesaggio, con il temporale fuori dalla finestra che diventa quasi una dedica — e il titolo dice da che parte sta la sua idea di sentimento. La title track, scritta con Galeffi, è una ballata classica, però ha un centro di gravità, una direzione, e nel disco non è scontato.
Perché poi c’è il resto, che dai contorni pop curatissimi della produzione dei Mamakass — mai un suono fuori posto — arriva a testi che si appoggiano alla voce come a una rete di sicurezza. Prima la voce serviva parole altrui e altissime, ora serve parole proprie, alcune in divenire. Non è una colpa, ma un debutto, di fatto, anche se arriva all’ottavo album.
Il momento forse più intimo è in “Arrivederci“, l’unica canzone non sua. Un congedo lento, con un organo iniziale che sa di chiesa, e un’Arisa insolitamente soul che si concede tre minuti da pura interprete. Come se tirasse il fiato, e lì, nel rilassamento, si capisce quanto lavoro c’è dietro tutto il resto.
Foto mosse” pone una domanda: chi canta, qui? Arisa o Rosalba? La donna che scrive è più nitida che mai, si espone, ammette di non essersi mai sentita scelta fino in fondo da nessuno — l’ha detto anche in conferenza stampa, con una franchezza che nel giro promozionale di oggi è merce rara.
Il disco fotografa esattamente questo passaggio, con tutto lo sfocato del caso. È probabilmente il suo disco più sincero, il che, di questi tempi, non è un premio di consolazione.