Intervista a Daniele Incicco “Rimandato a Settembre” è il suo nuovo singolo
Novembre 10, 2025Daniele Incicco — voce che viene dai La Rua, ora con un suo percorso solista — presenta Rimandato a Settembre (Lungomare S.r.l. / Believe), un brano che racconta in modo crudo la sensazione di inadeguatezza e una maturità rimandata. Parliamo con lui di scrittura, identità, responsabilità artistica e del passaggio dalla band al profilo solista.
Daniele, il titolo del tuo nuovo singolo — “Rimandato a Settembre” — è una metafora di sconfitta, ma anche di ripartenza. In un’epoca che idolatra la performance, perché hai scelto di scrivere una canzone che espone la vulnerabilità invece di nasconderla?
È da un po’ di tempo che attingo a quella parte di me più vera, quella che spesso si ritrova con le sconfitte tra le mani. Mi piace raccontare del loser che è in me, di colui che non sempre riesce, che fatica ad amministrare le emozioni, a superare le perdite, ad amare come vorrebbe. In questo caso racconto proprio quella parte che da sempre si è sentita rimandata a settembre. In effetti è un po’ controcorrente rispetto a ciò che si sente in giro: non sto descrivendo un supereroe, ma una persona fallibile. Però le mie debolezze mi ispirano molto più dei miei punti di forza. Mi piace raccontare le mie cadute più dei miei salti.
C’è una frase che colpisce: “Mi hanno sempre detto che la vita è una grande scuola e io a scuola ero sempre rimandato a settembre.” È ironica, ma anche disarmante. Hai trasformato la vergogna in un linguaggio. Da dove nasce questa necessità di “disarmare” il fallimento?
Credo che le sconfitte siano pistole caricate a salve: non si muore mai davvero per una sconfitta o per un fallimento. Il modo più giusto per dissacrarlo, disarmarlo, renderlo nullo, è raccontarlo, ammirarlo, abbracciarlo. Creare una seconda vita per quella parte di noi che si è sentita fallita. Chissà quante volte la vita ci boccerà ancora, ma saremo sempre lì, seduti su quel banco, a cercare il coraggio di aprire un nuovo libro.
La copertina del singolo è un pugno nello stomaco: l’uomo col cono dell’asino che emerge da un armadio, nella tua casa natale. Ti sei letteralmente messo a nudo. Ti chiedo: quanto di questo gesto è catartico e quanto invece è un atto politico contro la narrazione tossica del successo?
Ho sempre odiato la narrazione tossica del successo, proprio perché ci mette nella condizione di dover chiedere soldi alle nostre canzoni, ai nostri sogni, persino alla nostra persona. Di dover pretendere efficacia da ogni gesto, come se tutto dovesse produrre un risultato. Ma nessuno ha mai chiesto a un seme di produrre frutti, o a una piccola piantina di diventare per forza un albero fiorente. La mia è una guerra contro questa idea di successo che dobbiamo avere attaccata in faccia. Io voglio rimanere quello che non ce l’ha fatta, e anche se un giorno dovessi farcela davvero, voglio farcela proprio perché sono il non-eroe.
Il disco è prodotto da Vanni Casagrande, che ha lavorato con artisti diversissimi — da Elisa a Jovanotti. È una produzione che tiene insieme intimità e tensione, fragilità ed energia. Che tipo di alchimia si è creata tra voi?
Con Vanni ci sono state infinite telefonate prima ancora di mettere mano alla musica. Ci siamo confrontati sull’emotività, sulle intenzioni, sulla profondità artistica, sulla verità. Abbiamo passato intere giornate a scambiarci pareri su artisti e canzoni che avevano saputo trovare proprio quell’alchimia che cercavamo. Avevamo bisogno di qualcosa di potentissimo e dirompente, ma allo stesso tempo capace di portare, come un piccolo treno, un carico pesantissimo di dinamite. Qualcosa da maneggiare con profonda cura. È stato un parto lungo, ma una bellissima avventura che rifarei per ogni canzone, per tutta la vita.
C’è un filo conduttore evidente tra i tuoi ultimi singoli — “Piccola”, “Zero Pensieri” e ora “Rimandato a Settembre”: sembrano tappe di una liberazione graduale, un viaggio dall’esterno verso l’interno. Stai scrivendo una sorta di autobiografia emotiva, canzone dopo canzone?
Sì, devo ammettere che tutte queste canzoni nascono dalla mia vita vera. Avevo bisogno di raccontare qualcosa con una precisione tale che potesse venire solo da ciò che ho vissuto sulla mia pelle, da ciò che ho visto con i miei occhi. Per essere così preciso e soprattutto sincero, devo comunicare con il pubblico attraverso il canale della verità. Tutte queste canzoni hanno un comune denominatore: la mia vita, il mio passato, il mio presente e il mio futuro.
Sei stato la voce e il volto dei La Rua, una band che ha conosciuto visibilità, riconoscimenti e persino l’onore di rappresentare l’Italia nel mondo. Ma oggi sembri voler sottrarre, non aggiungere. Cosa hai capito, nel passaggio dalla coralità alla solitudine?
Con La Rua ho fatto tanto rumore. In questo momento avevo bisogno di silenzio, di pause, di vuoti. Avevo bisogno di frasi mozze, di parole tronche, di lasciare dello spazio che fosse il pubblico a riempire. Avevo bisogno di non essere muscolare. Forse, in un certo senso, sto descrivendo la parte femminile di me. Quella più emotiva, leggera, ma allo stesso tempo profonda. Avevo bisogno di cadermi dentro.
Nel tuo percorso con i La Rua c’era una dimensione quasi “comunitaria”: la musica come esperienza collettiva. Oggi, da solista, sembri tornare al corpo e alla voce, come se cercassi un contatto diretto. È una forma di purificazione o un ritorno all’origine?
In questo mio progetto da solista ho sempre cercato di togliere. Di ridurre le produzioni, di arrivare all’osso, di eliminare tutto ciò che era abbellimento, corazza, o “necessità” apparente. Queste canzoni devono avere il difetto di essere troppo poco vestite, non devono farsi notare da lontano. Sono canzoni che devi andare a cercare, con cui devi fare il tuo viaggio. Non c’è un invito esplicito a partecipare: è più un bisogno, per chi le incontra.
Le tue collaborazioni come autore — da Alessandra Amoroso a Noemi — mostrano un’altra parte di te, quella più strutturata e professionale. Come cambia la scrittura quando non canti tu? Riesci ancora a essere onesto, o entra in gioco la strategia?
Il mio problema, nel dare le canzoni agli altri, è sempre stato quello di non saper applicare una strategia potente. L’unica cosa che so fare è scrivere canzoni. Poi, se queste riescono a diventare un vestito anche per altri, a volte capita che qualcuno lo indossi e lo renda suo. Nel tempo ho imparato che il mio difetto è non riuscire a essere altro da ciò che sono. Mi è costato molto, ma oggi spero che sia diventato un’arma. Un’arma che posso usare per uccidere quelle parti di me che cercano consenso, che vogliono apparire o arrivare.
“Rimandato a Settembre” è anche un atto di linguaggio: usare un’immagine popolare, scolastica, per parlare di maturità esistenziale. Hai la sensazione che il pop italiano stia recuperando la sua funzione poetica, o è ancora prigioniero dell’estetica dell’effimero?
In alcuni nuovi artisti vedo una grande ricerca animica, che arriva ancor prima del parto delle canzoni. In altri, invece, sembra che tutto questo non ci sia: sembra che si stiano solo nutrendo di una superficie. E i frutti, di solito, sono o appesi ai rami o sottoterra. Io ho scelto di andare sottoterra, di andare nel profondo. Mi sono penalizzato sotto l’aspetto dell’estetica, ma avevo bisogno di essere più sporco di terra che pulito per gli altri.
Hai lavorato con una squadra di musicisti raffinati — Charlie Mariani, Matteo Grandoni, Nacor Fischetti — tutti con una sensibilità precisa. In un’industria che tende a ridurre la produzione a formula, come si costruisce ancora un suono “umano”?
Il suono umano si ricostruisce, secondo me, attraverso i rapporti umani. I rapporti vengono ancora prima della potenza artistica. Più emotività c’è nello scambio tra le persone, più il risultato tiene conto del rispetto reciproco tra gli esseri che hanno partecipato. È quasi una forma di rito ancestrale.
Il brano esce con Lungomare, una realtà che coniuga tradizione e ricerca, nel catalogo di Branduardi e Mike Francis. Ti senti erede di quella scuola di artigianato musicale, o stai cercando di scardinarla?
Non ho mai davvero capito cosa sto cercando artisticamente, o meglio, a chi mi sto rifacendo e chi sto evitando. Ogni volta che cerco di raffinare un brano che ho scritto, mi ritrovo sempre tanto me dentro. Non so se questo sia un bene o se mi stia escludendo da una parte di pubblico, oppure se, inconsapevolmente, mi stia avvicinando a qualche cantautore che nel tempo mi ha colpito al punto da farmi erede dei suoi tentativi. Ma posso dire che questa ricerca mi sta piacendo un casino.
Guardando indietro: Area Sanremo, Amici, Sanremo Giovani, il tour mondiale con la Rai. Tutto questo, oggi, ti pesa addosso come un’etichetta o lo senti come un patrimonio?
Tendo sempre a dimenticare ciò che ho fatto ogni volta che mi metto davanti a una nuova canzone, perché quella canzone potrebbe decretare un fallimento enorme. Ma quel fallimento non deve mai essere agganciato a quanto di bello ho già vissuto. E poi, a volte, il fallimento di una canzone potrebbe non dipendere né dall’artista né dal pubblico, e magari diventare un successo anni dopo. Tutte le esperienze che ho vissuto mi hanno insegnato una cosa: quando sali sul palco, più sei stato vero nella scrittura e più riesci a ritrovarti in contatto con il pubblico.
Nella tua scrittura si avverte una tensione costante tra luce e buio, tra ironia e malinconia. Hai mai pensato che la vera cifra del tuo linguaggio artistico sia la contraddizione?
Ci sono molti chiaroscuri, sì. In Piccola c’è un’esplosione importante, in Zero Pensieri una persona che si mette davvero a nudo, e in Rimandato a Settembre un contrasto enorme tra una musica dirompente e un cantato flebile. Ho bisogno degli opposti. Ho bisogno dei chiaroscuri. Ho bisogno di quelle tensioni che mettono in risalto entrambe le parti, sia musicali che autorali. Ho bisogno che il silenzio alzi la voce.
C’è una generazione di artisti italiani — da Motta a Fulminacci, da Diodato a Gazzelle — che sta riportando in auge la vulnerabilità come forma di verità. Ti senti parte di questa ondata o ne sei una voce laterale?
Mi sono sempre sentito parte di quell’ondata, e forse lo sono stato ancora prima di rendermene conto. Come dicevo prima, sono innamorato del loser che è in me: è molto più vincente lui di qualsiasi mio atto eroico. Forse davvero, quando perdo, vinco.
Ultima domanda, la più diretta: se la vita è una grande scuola, come dici tu, qual è la materia in cui sei ancora rimandato a settembre?
Forse proprio la matematica. Non so fare i calcoli, non so essere l’ingegnere del mio futuro. Non ho paracadute per non farmi del male, non so amministrare in modo “razionale” ciò che deve accadere. Rimango sempre una piccola foglia in balia del vento della creatività, e spesso mi ritrovo su terreni in cui mi faccio del male. Però tutto questo è per la musica, per le canzoni, per il bambino che è in me e che, da sempre, usa la penna ogni volta che non riesce a parlare. E molto spesso gli vedo scrivere cose che per me sono manifesti grandi come case.


